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Le Foibe: la giornata del ricordo

Le Foibe

Dall’anno 2004, ogni 10 febbraio, in Italia viene celebrato il giorno del ricordo per rendere omaggio alle vittime delle foibe e alle centinaia di migliaia di esuli che lasciarono l’Istria e la Dalmazia nel secondo dopo guerra. Oggi vi racconteremo la storia di questa tragedia, che ha quasi del tutto cancellato la componente italiana nei territori istriani e dalmati.

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Ma cosa sono le foibe? Esse sono cavità carsiche di origine naturale con un ingresso a strapiombo. È in quelle voragini dell'Istria che fra il 1943 e il 1947 furono gettati, vivi e morti, quasi diecimila italiani. Secondo le fonti, furono infoibati non solo fascisti, ma anche cattolici, liberaldemocratici, socialisti, donne e bambini. Molti innocenti furono massacrati e giustiziati, destinati a morte certa.

 

Per comprendere cosa sono le foibe, bisogna ricordare in breve quali sono i fatti che portarono al compimento di questo eccidio, definito anche come “strage dimenticata”. La storia delle Foibe e le cause che determinarono questo massacro affondano le radici nei primi anni del Novecento…

 

All’inizio del XX secolo nel Friuli convivevano numerose persone di etnie diverse: italiani, croati, serbi, sloveni. Il processo di nazionalizzazione avviato da Mussolini impose che in queste determinate zone dell’Italia venisse parlata soltanto la lingua italiana in pubblico, e che le persone slave che vivevano nel territorio italiano, mutassero i loro cognomi in altri di origine sempre italiana. Le imposizioni fasciste del 1922 alimentarono un diffuso malessere tra gli stranieri che abitavano il Friuli e gli altri territori dell’Italia. Pertanto iniziarono a formarsi delle vere e proprie organizzazioni antifasciste, appartenenti al regime social-comunista.

La storia delle foibe ha origine proprio nel fallimento di queste politiche di integrazione imposte agli slavi, che invece iniziarono a coltivare un profondo odio nei confronti dello Stato italiano. Quando Hitler attaccò la Jugoslavia, divise i territori conquistati tra Italia e Germania. Il 3 settembre del 1943 l’Italia firmò segretamente un armistizio con gli Alleati, diffuso da Badoglio solo l’8 Settembre. Si creò pertanto un vuoto di potere e le organizzazioni comuniste slovene e croate iniziarono ad avere sempre più forza e controllo dei territori in cui risiedevano: fu in questo periodo storico in cui la strage delle foibe iniziò.

Le vicende che seguirono determinarono che il numero dei morti delle foibe diventasse sempre più alto: in Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicano contro i fascisti e gli italiani non comunisti. Torturano, massacrano, affamano e poi gettano nelle foibe circa un migliaio di persone. Ancora oggi non si sa con sa con esattezza quante furono le vittime delle foibe, date le difficoltà di rinvenire i corpi all’interno delle voragini. Nella primavera del 1945, quando la Jugoslavia guidata dal Maresciallo Tito occupa Trieste, Gorizia e l’Istria, ci furono numerose vittime italiane.

 

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Giovane esule italiana in fuga trasporta, insieme ai propri effetti personali, un tricolore.

 

COME SI MORIVA NELLE FOIBEhttps://www.focus.it/site_stored/imgs/0005/027/479513272_8e53fdd665_o.570.jpg

I primi a finire in foiba nel 1945 furono carabinieri, poliziotti e guardie di finanza, nonché i pochi militari fascisti della RSI e i collaborazionisti che non erano riusciti a scappare per tempo (in mancanza di questi, si prendevano le mogli, i figli o i genitori).

Le uccisioni avvenivano in maniera spaventosamente crudele. I condannati venivano legati l’un l’altro con un lungo fil di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze inimmaginabili. Soltanto nella zona triestina, tremila sventurati furono gettati nella foiba di Basovizza e nelle altre foibe del Carso.

 

Uno dei principali monumenti alle vittime si trova a Basovizza, alle porte di Trieste. Qui è stata trovata una foiba che in realtà era il pozzo di una miniera di carbone che, scavata nella roccia agli inizi del novecento, fu poi abbandonata. Vi sono state gettate almeno 2.500 persone nei 45 giorni dal 1 maggio al 15 giugno 1945.

 

 

LA CONFERENZA DI PACE DI PARIGI. SLIDE 9

Alla fine del 1946 la questione italo-jugoslava era divenuta per molti un peso che intralciava la soluzione di altre e ancora più importanti questioni: gli Alleati volevano trovare una soluzione per Vienna e Berlino; l'Unione Sovietica doveva sistemare la divisione della Germania. L'Italia era alle prese con la gestione della transizione tra monarchia e repubblica.

In sostanza bisognava determinare dove sarebbe passato il confine tra Italia e Jugoslavia. Gli Stati Uniti, favorevoli all’Italia, proposero una linea che lasciava al nostro Paese gran parte dell’Istria. I sovietici, favorevoli ai comunisti di Tito, proposero un confine che lasciava Trieste e parte di Gorizia alla Jugoslavia. La Francia propose una via di mezzo, molto vicina all’attuale confine, che sembrava anche l’opzione più realistica, non perché rispettava le divisioni linguistiche, ma perché seguiva il confine effettivamente occupato dagli eserciti nei mesi precedenti.https://www.focus.it/site_stored/imgs/0005/047/fascist_italianization.300.jpg

Il dramma delle terre italiane dell’Est si concluse con la firma del trattato di pace di Parigi il 10 febbraio 1947. Alla fine, alla conferenza di Parigi venne deciso che per il confine si sarebbe seguita la linea francese: l’Italia consegnò alla Jugoslavia numerose città e borghi a maggioranza italiana rinunciando per sempre a Zara, alla Dalmazia, alle isole del Quarnaro, a Fiume, all’Istria e a parte della provincia di Gorizia.

Il trattato di pace di Parigi di fatto regalò alla Jugoslavia il diritto di confiscare tutti i beni dei cittadini italiani, con l'accordo che sarebbero poi stati indennizzati dal governo di Roma. Questo causò due ingiustizie. Prima di tutto l'esodo forzato delle popolazioni italiane istriane e giuliane che fuggivano a decine di migliaia, abbandonando le loro case e ammassando sui carri trainati dai cavalli le poche masserizie che potevano portare con sé. E, in seguito, il mancato risarcimento. La stragrande maggioranza degli esuli emigrò in varie parti del mondo cercando una nuova patria: chi in Sud America, chi in Australia, chi in Canada, chi negli Stati Uniti.

Perché tanta gente se ne andò? Ridotti all’osso, i motivi erano tre. Il più importante fu il terrore di morire nelle foibe com’era già accaduto a tanti altri italiani. Il secondo fu il rifiuto del comunismo come ideologia totalitaria e sistema sociale. Il terzo fu la paura speciale indotta dal nazional-comunismo di Tito e dalla decisione di soffocare con la violenza qualunque altra identità nazionale.

La prima città a svuotarsi fu Zara, isola italiana nel mare croato della Dalmazia. Era stata occupata dai partigiani di Tito il 31 ottobre 1944, quando il presidio tedesco aveva scelto di ritirarsi. La città era un cumulo di macerie. Ad averla ridotta così erano stati più di cinquanta bombardamenti aerei anglo-americani. Le incursioni le aveva sollecitate lo stato maggiore di Tito.

Era riuscito a convincere gli Alleati che da Zara partivano i rifornimenti a tutte le unità tedesche dislocate nei Balcani. Non era vero. Ma le bombe caddero lo stesso. Risultato? Duemila morti su una popolazione di 20.000 persone. Molti altri zaratini vennero soppressi dai partigiani di Tito dopo l’ingresso in città. Centosettanta assassinati. Oltre duecento condanne a morte.

Eseguite con fucilazioni continue, dentro il cimitero. Oppure con due sistemi barbari: la scomparsa nelle foibe e l’annegamento in mare, i polsi legati e una grossa pietra al collo.

Intere famiglie sparirono. Accadde così ai Luxardo, ai Vucossa, ai Bailo, ai Mussapi. Gli italiani di Zara iniziarono ad andarsene in quel tempo. Nel 1943 gli abitanti della città erano fra i 21.000 e il 24.000. Alla fine della guerra si ritrovarono in appena cinquemila.

Poi fu la volta di Fiume, la capitale della regione quarnerina o del Quarnaro, fra l’Istria e la Dalmazia. L’Armata popolare di Tito la occupò il 3 maggio 1945, proclamando subito l’annessione del territorio alla Jugoslavia. Da quel momento l’esistenza degli italiani di Fiume risultò appesa a un filo che poteva essere reciso in qualsiasi momento dalle autorità politiche e militari comuniste.

L’esodo da Fiume conobbe due fasi. La prima iniziò subito, nella primavera 1945. Il motivo? Le violenze della polizia politica titina, l’Ozna, dirette contro tutti: fascisti, antifascisti, cattolici, liberali, compresi i fiumani che non avevano mai voluto collaborare con i tedeschi.

Bastava il sospetto di essere anticomunisti, e quindi antijugoslavi, per subire l’arresto e sparire. All’arrivo dei partigiani di Tito, gli italiani di Fiume erano fra i 30 e i 35.000, gli slavi poco meno di 10.000. I nuovi poteri che imperavano in città erano il comando militare dell’Armata popolare, un’autorità senza controlli, e il Tribunale del popolo, affiancato dalle corti penali militari.

Dalla fine del 1945 al 1948 vennero emesse duemila condanne ai lavori forzati per attività antipopolari. Molti dei detenuti non ritornarono più a casa. Ma il potere più temuto era quello poliziesco e segreto dell’Ozna, il Distaccamento per la difesa del popolo.

A Fiume la sede dell’Ozna stava in via Roma. Un detto croato ammoniva: «Via Roma - nikad doma». Se ti portano in via Roma, non torni più a casa. In due anni e mezzo, sino al 31 dicembre 1947, l’Ozna uccise non meno di cinquecento italiani. Un altro centinaio scomparve per sempre.

Il primo esodo da Fiume cominciò subito, nel maggio 1945. Per ottenere il permesso di trasferirsi in Italia bisognava sottostare a condizioni pesanti. Il sequestro di tutte le proprietà immobiliari. La confisca dei conti correnti bancari. Chi partiva poteva portare con sé ben poca valuta: 20 mila lire per il capofamiglia, cinquemila per ogni famigliare.

E non più di cinquanta chili di effetti personali ciascuno. Il secondo esodo ci fu dopo il febbraio 1947, quando Fiume cambiò nome in Rijeka e divenne una città jugoslava. Ma erano le autorità di Tito a decidere chi poteva optare per l’Italia. Furono molti i casi di famiglie divise. Nei due esodi se ne andarono in 10.000.

E gli espatri continuarono. Nel 1950 risultò che più di 25.000 fiumani si erano rifugiati in Italia. Per il 45 per cento erano operai, un altro 23 per cento erano casalinghe, anziani e inabili. Ma per il Pci di allora erano tutti borghesi, fascisti, capitalisti e plutocrati carichi di soldi. Provocando le reazioni maligne che tra un istante ricorderò.

La terza città a svuotarsi fu Pola, il capoluogo dell’Istria, divenuta in serbocroato Pula. A metà del 1946 la città contava 34.000 abitanti. Di questi, ben 28.000 chiesero di poter partire. Gli esodi si moltiplicarono nel gennaio 1947 e subito dopo la firma del Trattato di pace.

L’anno si era aperto sotto una forte nevicata. Le fotografie scattate allora mostrano tanti profughi che arrancano nel gelo, trascinando i poveri bagagli verso la nave che li attende. In poco tempo Pola divenne una città morta. Le abitazioni, i bar, le osterie, i negozi avevano le porte sigillate con travetti di legno.

http://www.ilgiornale.it/sites/default/files/styles/content_foto_node/public/foto/2017/02/10/1486754281-1486753544-magazzino11.jpgSu molte finestre chiuse erano state fissate bandiere tricolori. Fu l’esodo più massiccio. Dei 34.000 abitanti se ne andarono 30.000. Dopo Pola, fu la volta dei centri istriani minori, come Parenzo, Rovigno e Albona. Le autorità titine cercarono di frenare le partenze con soprusi e minacce. Ma non ci riuscirono. Da Pirano, un centro di settemila abitanti, il più vicino a Capodistria e a Trieste, partirono quasi tutti.

Sfuggiti al comunismo jugoslavo, gli esuli ne incontrarono un altro, non meno ostile. I militanti del Pci accolsero i profughi non come fratelli da aiutare, bensì come avversari da combattere. A Venezia, i portuali si rifiutarono di scaricare i bagagli dei “fascisti” fuggiti dal paradiso proletario del compagno Tito.

Sputi e insulti per tutti, persino per chi aveva combattuto nella Resistenza jugoslava con il Battaglione “Budicin”. Il grido di benvenuto era uno solo: «Fascisti, via di qui!». Pure ad Ancona i profughi ebbero una pessima accoglienza. L’ingresso in porto del piroscafo “Toscana”, carico di settecento polesani, avvenne in un inferno di bandiere rosse.

Gli esuli sbarcarono protetti dalla polizia, tra fischi, urla e insulti. La loro tradotta, diretta verso l’Italia del nord, doveva fare una sosta a Bologna per ricevere un pasto caldo preparato dalla Pontificia opera d’assistenza. Era il martedì 18 febbraio 1947, un altro giorno di freddo e di neve. Ma il sindacato dei ferrovieri annunciò che se il treno dei fascisti si fosse fermato in stazione, sarebbe stato proclamato lo sciopero generale. Il convoglio fu costretto a proseguire. E il latte caldo destinato ai bambini venne versato sui binari.

A La Spezia, gli esuli furono concentrati nella caserma “Ugo Botti”, ormai in disuso. Ancora un anno dopo, l’ostilità delle sinistre era rimasta fortissima. In un comizio per le elezioni del 18 aprile 1948, un dirigente della Cgil urlò dal palco: «In Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani».

Rimase isolato il caso del sindaco di Tortona, Mario Silla, uno dei protagonisti della Resistenza in quell’area. Quando lo intervistai per la mia tesi di laurea, mi spiegò: «Io non sono mai stato un sindaco comunista, ma un comunista sindaco».

I suoi compagni non volevano ospitare i mille profughi destinati alla caserma “Passalacqua”. Ma Silla s’impose: «È una bestialità sostenere che sono fascisti! Sono italiani come noi. Dunque non voglio sentire opposizioni!».

La diaspora dei trecentomila esuli raggiunse molte città italiane. I campi profughi furono centoventi. Anno dopo anno, le donne e gli uomini dell’esodo ritrovarono la patria, con il lavoro, l’ingegno, le capacità professionali, l’onestà. Mettiamo un tricolore alle nostre finestre in loro onore.

L’acqua che bagna il porto di Trieste scorre, così come come il tempo che è passato da quando gli italiani di Capodistria, Fiume, Pola, Albona, Orsera, Parenzo, Rovigno, Zara, Spalato e Ragusa furono costretti a lasciare le loro case all’indomani del Trattato di Parigi con cui, il 10 febbraio 1947, quelle terre vennero definitivamente assegnate alla Jugoslavia del maresciallo Tito.

Il luogo senza tempohttp://www.ilgiornale.it/sites/default/files/styles/content_foto_node/public/foto/2017/02/10/1486754281-1486753150-magazzino5.jpg

Eppure nel porto vecchio di Trieste c’è un magazzino dove il tempo sembra essersi fermato: le mura sono consumate dalla salsedine e dall’umidità ma, sulla facciata, si legge ancora il numero “18” (guarda il video). Divenuto famoso grazie allo spettacolo di Simone Cristicchi che, con un’opera teatrale coraggiosa e solitaria, ha raccontato una pagina strappata della storia d’Italia, questo luogo rappresenta il sacrario della memoria degli esuli che arrivarono a Trieste per sfuggire alla pulizia etnica e per non rinnegare la propria italianità.

Ed infatti, basta varcare la sua soglia, per redensi conto della particolarità di questo posto. Icone religiose, ritratti, oggetti di uso quotidiano, sedie e persino letti ed armadi: tutto trasmette un profondo senso di abbandono e di speranze andate in frantumi, perché i profughi istriani hanno portato con sé quelle suppellettili con l’illusione di riprendere la propria vita da dove l’avevano lasciata. Ma l’accoglienza ricevuta in Patria, come dimostrano gli episodi che in questi anni sono via via venuti a galla, è stata ben diversa dalle loro aspettative. Emblematico, in questo senso, è il caso della stazione ferroviaria di Bologna dove un convoglio con a bordo centinaia di profughi italiani, ribattezzato per questo “il treno della vergogna”, venne preso a sassate da una folla inferocita.

Così molti esuli, dopo aver trasportato le loro masserizie al di là dell’Adriatico, sono stati costretti a distaccarsene per sempre perché nei campi profughi in cui erano stipati non c’era spazio, oppure perché alcuni preferirono emigrare all’estero, negli States, in Canada, in Argentina oppure in Australia, per conquistarsi quel futuro che l’Italia gli aveva negato. “Il dramma dei profughi è proprio questo qui, da un lato hanno abbandonato il loro ambiente naturale, dall’altro hanno cercato di costruirne un altro che però non sarà mai uguale allo precedente”, spiega il direttore dell’Irci, nato in quella che oggi gli sloveni chiamano “Izla” ma che, per lui, rimarrà sempre Isola, Isola d’Istria.

La montagna di sedie, accatastate una sull’altra in uno stanzone al primo piano del Magazzino 18, ha reso questo oggetto il simbolo delle masserizie abbandonate.“Sotto ad ognuna - spiega Degrassi - c’è il nome del proprietario”. Anche a Cristicchi, quando per la prima volta mise piede nel deposito delle masserizie, ne era stata regalata una, la stessa che lo ha accompagnato sulla scena del suo musical.

http://www.ilgiornale.it/sites/default/files/styles/content_foto_node/public/foto/2017/02/10/1486754281-1486752810-magazzino2.jpgE, proprio guardando la piramide di sedie, Delbello ricorda, “questo insieme di masserizie vecchie e massacrate sono un caso unico nel mondo”. In questa unicità risiede il loro valore universale. “Quando anni fa vennero qui i rappresentanti degli esuli dei sudeti, un’altra storia per certi versi parallela, un’altra storia terribile, guardando le masserizie dissero: «queste cose siamo noi, con queste cose voi raccontate la vostra storia ma, allo stesso tempo, raccontate anche la nostra storia», ed anche quella di tanti altri esodi, ecco perchè - conclude il direttore - questi oggetti hanno un carico simbolico che va oltre e, se noi ragioniamo in questi termini, capiamo quanto sono importanti le masserizie”.

Il ricordo indelebile

Di fronte a questo patrimonio immobile di testimonianze, l’eco delle polemiche che accompagnano ogni anno la giornata del 10 febbraio - tra tesi negazioniste e istituzioni smemorate - diventa assordante. Passando così dalle sedie degli esuli alle poltrone dei politici il primo pensiero va al presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, per il 10 febbraio, ha fissato in agenda una missione a Madrid invece di presentarsi a Basovìzza, mentre, in quel di Monteciotorio, è andato in scena un convegno riduzionista in compagnia della storica Alessandra Kersevan. Nel frattempo anche dall’amministrazione capitolina sono arrivati segnali preoccupanti: quest’anno la giunta pentastellata non avrebbe stanziato nemmeno un euro per i viaggi del ricordo. Per non parlare della scia di piccoli grandi episodi registrati lungo tutta la Penisola che hanno dimostrato come una legge, da sola, non basta.

 

Così, ai pensierosi visitatori del Magazzino 18 - dove ieri ha fatto tappa anche il leader della Lega Nord Matteo Salvini - non resta che approfittare di un grosso libro, posizionato all’uscita, per rinnovare con un’annotazione, scritta con inchiostro idelebile, la solenne promessa di non dimenticare.

 

 

 


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